Abstract
Il lavoro sviluppa un’analisi interdisciplinare del contratto di lavoro, assumendo come punti di osservazione privilegiati i principi di buona fede, diligenza e puntualità del prestatore di lavoro. Tali concetti vengono esaminati attraverso la prospettiva della traduzione interculturale applicata ad un caso etnografico che analizza l’asimmetria comunicativa tra le parti contrattuali nella relazione fra datori di lavoro autoctoni e lavoratori migranti. Come emerge nel caso di specie la differenza tra universi valoriali, repertori linguistici e cornici cognitive ‘tacite’ può produrre squilibri strutturali nei rapporti di lavoro che finiscono spesso e ingiustamente con provvedimenti disciplinari o licenziamenti. Ciò è dovuto in parte anche alla genesi del contratto di lavoro, il quale essendo un artefatto giuridico-culturale situato rimane per lo più difficile da decifrare per il lavoratore alloctono che non ne condivide gli impliciti culturali. L’obiettivo di questo lavoro è mostrare come la traduzione interculturale possa operare come strumento di riequilibrio relazionale fra le parti risolvendo il conflitto prima di ricorrere alla via giudiziaria.

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