Maleducazione olfattiva. Una storia di odori, galatei e profumi
Abstract
I manuali di galateo tra fine XIX e XX secolo mostrano come l’olfatto sia stato progressivamente trasformato in un dispositivo di disciplina sociale. Odori e profumi non sono presentati come semplici fenomeni sensoriali, ma come segni morali e sociali: la “maleducazione olfattiva” – cattivi odori corporei, eccesso di profumazione, uso inappropriato di fragranze – diventa una categoria regolativa che distingue corpi legittimi e corpi stigmatizzati. L’analisi di oltre duecento testi rivela un doppio movimento: da un lato l’igienismo moderno, che istituisce l’obbligo quotidiano della deodorazione come requisito di civiltà; dall’altro, la codificazione del profumo come linguaggio di genere, concesso alle donne come strumento di seduzione ma percepito pericoloso o effeminato negli uomini. Nel periodo fascista, la regolazione olfattiva si intreccia con la costruzione dell’italianità e con un progetto di ri-virilizzazione nazionale, mentre nel Secondo Novecento prevale una normatività fondata sulla discrezione e sulla misura. Questa genealogia si prolunga fino al presente, dove le politiche scent free confermano come l’odore rimanga oggetto di controllo e conflitto, oscillando tra diritto alla salute, distinzioni sociali e pratiche di convivenza civile. In questo quadro, il profumo si configura come linguaggio sociale e simbolico che traduce l’ordine morale in esperienza sensoriale.
