Abstract
Dopo il fuoco, l’acqua e l’aria, la terra sembra chiudere il ciclo delle fantasticherie di Gaston Bachelard sugli elementi. Forte di tutti i suoi studi precedenti, egli affrontò nel 1947 la terra, l’elemento più ricco e traboccante e, proprio per questo, il meno evidente da cogliere con il metodo che si era prefissato. Priva dell’unità evidente degli altri elementi, la terra è animata da metamorfosi e dinamismi opposti, pur restando polarizzata dalla medesima ambivalenza assiologica fondamentale, rivelandosi alternativamente nutriente o mortifera. Quale sarà dunque la proprietà comune che simboleggia la terra al di là della sua diversità e delle tensioni che fanno tremare l’immaginario terrestre? Paradossalmente, se si considera la dispersione di queste immagini, sembra che essa risieda in una forma di stabilità: la terra è l’elemento consistente, quello che resiste talvolta ostinatamente alla nostra volontà, ma che si lascia anche plasmare in modo duraturo; è quello le cui forme non sono condannate all’effimero; la terra è anche, dal punto di vista dei valori, l’elemento che più ci appesantisce e ci imprigiona, ma che ci protegge anche in modo più sicuro dalle aggressioni quando si fa recinto. Ecco, dunque, due viaggi interiori che Bachelard ci invita a compiere: da un lato, l’incontro con la resistenza dei materiali e l’impulso dei rilievi; dall’altro, la ricerca, nelle profondità della terra e del nostro foro interiore, di una stabilità dolce e rassicurante. Ma, prima di attraversare le due opere che Bachelard ha dedicato a questo tema, torneremo brevemente su alcuni aspetti salienti della sua vita che illuminano il suo attaccamento all’immaginario della terra.
