Abstract
A quasi cinquant’anni dalla morte di Maria Callas (1977), il suo mito continua a crescere attraverso tributi tradizionali e progetti multimediali, tra cui installazioni immersive, concerti olografici e duetti postumi. 7 Deaths of Maria Callas (2020) di Marina Abramović, con musiche di Marko Nikodijević e video di Nabil Elderkin, emerge in questo contesto. Combinando opera, video e performance, l’opera rimette in scena le morti di sette eroine iconiche – Violetta, Tosca, Desdemona, Cio-Cio-San, Carmen, Lucia e Norma – ciascuna cantata dal vivo da un soprano diverso su sfondi video proiettati. I video mostrano Abramović e Willem Dafoe che mettono in scena ogni morte attraverso la “consunzione”, il “salto”, lo “strangolamento”, l’“Hara-Kiri”, l’“accoltellamento”, la “follia” e il “rogo”. Un’ottava scena finale ricrea la morte della Callas nel suo appartamento parigino nel 1977, con Abramović che si esibisce sul palco come suo doppio. Questo articolo ha un duplice scopo: in primo luogo, esplorare le tensioni tra arti performative in generale e performance art in senso specifico, dunque le sfide interpretative poste dall’intermedialità e dall’intertestualità e il tropo ricorrente della morte della protagonista femminile nell’opera; e in secondo luogo, dimostrare come 7 Deaths of Maria Callas rifletta un paradosso più ampio presente nei progetti recenti che ruotano attorno alla cantante: da un lato, il fascino per la moltiplicazione di immagini, doppi, copie, avatar e media; dall’altro, una persistente ossessione per i valori dell’originalità, tra cui autenticità, vitalità e presenza.
