Abstract
Il contributo analizza il ruolo di Gino Severini e Mario Sironi nello sviluppo della pittura murale durante il ventennio fascista, evidenziando il loro impegno nel recupero della tradizione classica e nella creazione di una vera e propria “religione dell’arte”, a tratti alternativa a quella ‘ufficiale’, attraverso l’uso del mito come strumento di persuasione politica e identitaria, con particolare attenzione alla funzione simbolica e spirituale dell’arte nel costruire una nuova estetica fascista in grado di unire passato, presente e futuro fondendo simboli cristiani e pagani per esaltare la grandezza nazionale.
