9, 1 (2025)
Tecnica e cultura
Se si può assumere la relazione reciproca tecnica e cultura come coestensiva alla dimensione umana (dalla preistoria dell’uomo alla sua attuale stabilizzazione, fino al limite del suo possibile superamento), sorprende come la riflessione teorica su questa relazione sia stranamente tardiva. E come essa diventi invero più consistente e decisiva via via che tale relazione viene perdendo la sua connotazione di endiadi o quasi endiadi, presentandosi all’opposto nei termini di un’aperta tensione o anche di vero e proprio contrasto.
Nella modernità capitalista, in virtù dell’espansione del dominio della macchina, la tecnica appare legata anzitutto, se non esclusivamente, alla civilizzazione. Solo in questa forma molto diversa, dimidiata, se non anche proprio rovesciata sopravvive qualcosa dell’antica endiadi in cui la cultura figura come potenza di un agire volto a modificare una realtà, un oggetto, accrescendone il valore, là dove però il potenziamento e l’accrescimento di valore riguardava anche sempre l’altro versante coinvolto nel movimento di trasformazione: il soggetto. Il colere, il coltivare, se da un lato si riferisce alla natura, alla sua trasformazione e cura volta a renderla luogo abitabile dall’uomo, un coltivare che accompagna al dissodamento della terra anche (e non secondariamente!) il “culto” reso agli dèi, dall’altro si riferisce alla “coltivazione dell’anima”, cultura animi con Cicerone, vale a dire una condizione del soggetto – cultura personale resa però possibile a sua volta dalla trasformazione spirituale dell’ambiente, in definitiva formazione personale e realizzazione di sé attraverso una cultura oggettiva (beni e valori culturali). In ogni caso, che riguardi l’oggetto o il soggetto, la trasformazione è tesa ad assecondarne la natura, a portare a compimento le potenzialità prefigurate nella sua disposizione, non a imporre forze e finalità estranee (propriamente si coltiva una pianta al fine di ottenerne un frutto commestibile, migliore di quello che produrrebbe naturalmente lasciata a sé stessa, ma non si coltiva un albero per ricavarne il pennone di una nave). Ora, proprio la divaricazione tra cultura oggettiva e cultura soggettiva, fino a una frattura tale che l’accrescersi dell’una non solo non corrisponde all’accrescimento dell’altra ma opera anzi in una direzione tale da impedirne il dispiegamento, caratterizza quella che è stata definita la moderna crisi della cultura – la moderna “tragedia della cultura”, per dirla con Simmel, che rappresenta nel modo più acuto l’opposizione tutta moderna tra tecnica e cultura.
Si tratta di un’opposizione che coinvolge in modo particolare, ossia con una penetrazione che non trova uguali, la riflessione filosofica – ma anche sociologica, storica, artistica e letteraria, in breve l’intera cultura tedesca – negli anni tra “Bismark e Weimar”, per riprendere qui il sottotitolo di una raccolta di saggi dedicati appunto al rapporto tra tecnica e cultura, la quale ben restituisce la ricchezza di un dibattito destinato a segnare nella forma di un’insuperabile dicotomia (ma anche dell’opposizione ad essa) la riflessione a venire, ben oltre la Germania e la stessa Europa e per tutto il Novecento, o almeno senz’altro fino alla fine della guerra fredda e all’“unificazione dell’intero mondo sotto il Capitale”. Le coppie di opposti in cui la dicotomia “tecnica e cultura” si viene a specificare in questo dibattito, del quale “nessun confronto serio su questa problematica potrà fare a meno di tenere conto” (Tecnica e cultura, 1975), sono ampiamente note: “Zivilisation/Kultur”, “Mechanisierung/Kultur”, “Spirito/Anima” (o anche “Spirito/Vita”) sono solo alcune di un lungo elenco, che insieme a parole chiave quali per esempio “Intellettualizzazione” “Disincanto” “Relativismo” (e loro contrari) scandiscono la disintegrazione della Cultura o anche il pieno compimento dell’essenza nichilistica di questa, se si intende la cultura con Heidegger “come la realizzazione dei supremi valori, mediante l’impegno a favore dei più alti beni dell’uomo” accompagnato da “analogo impegno nei riguardi di se stessa, divenendo così politica della cultura” (L’epoca dell’immagine del mondo, 1977).
Questa vicenda, che segna in maniera decisiva la relazione “tecnica e cultura” e affonda parte significativa delle proprie radici nella critica nietzscheana alla moderna fabbrica scientifica della cultura (ben compendiata nella formula “cultura interna per barbari esterni”), trova la sua più potente neutralizzazione e disfatta nella stigmatizzazione di tale opposizione in termini di critica reattiva e reazionaria di ceti borghesi intellettuali in declino, mandarinismo aristocratico complice postumo della follia nazista, quando non direttamente alto fascismo intellettuale e difesa piccolo borghese e provinciale. Un potente congegno di revisione e riabilitazione della cultura di massa, della società dell’informazione, del suo carattere progressista e democratico (inclusivo diremmo oggi), si è affermato nel tempo a diverse latitudini, divenendo discorso pubblico egemonico. Pur mostrando di non ignorare (anzitutto al fine di disinnescare in anticipo ogni obiezione) la fascinazione per la tecnica propria di certa destra rivoluzionaria e nazionalista, come pure il carattere potenzialmente totalitario oltre che di sfruttamento della mega-macchina capitalista (o capi di accusa meno roboanti ma non privi di presa, come quelli di conformismo, omologazione e persuasione più o meno occulta propri dell’industria culturale) tale congegno asseconda convintamente e abdicando da ogni atteggiamento critico i progressi e le nuove evoluzioni delle tecnologie di massa, ultima quella del digitale e delle sue culture.
La domanda cui questo numero di “Mechane” vuole provare a rispondere è allora fino a che punto debba ritenersi obsoleto e prigioniero di superate grandi narrazioni, nella nostra epoca di “tecnica coltivata” (kultivierte Technik) oltre che di “cultura tecnica” pienamente dispiegata, il paradigma della contrapposizione “tecnica e cultura” distintivo della passata critica al capitalismo avanzato. Alla luce del “nuovo spirito del capitalismo” (lo si chiami come si vuole: “platform-capitalism”, “data capitalism“, “surveillance capitalism”…) esiste ancora una tensione non interamente risolta tra tecnica e cultura? E se c’è, in quale forma e seguendo – o non seguendo – quali tradizioni filosofiche e/o “teorie critiche”?
Su queste basi, invitiamo a proporre contributi per il numero 9 di “Mechane”. Le questioni da affrontare includono, tra le altre:
- Aspetti genealogici del nesso tecnico-cultura in ambito filosofico.
- Il ruolo della tecnica nella definizione delle categorie di moderno e postmoderno, con particolare attenzione alla declinazione antropologico-filosofica.
- Diversi modelli di sviluppo del rapporto tra tecnica e cultura.
- Trasformazione, organizzazione, innovazione della cultura e promozione della cultura tecnica e della cultura dell’innovazione.
- Tecnica e nuove culture materiali e immateriali
- Cultura e nuova società tecnologica dello spettacolo
- Cultura e formazione, formazione tecnologica e organizzazione tecnologica della formazione.
Sono accolti contributi in italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo. Gli autori interessati sono invitati a inviare un breve abstract (max 500 parole) a mechane.journal@gmail.com entro il 15 dicembre 2024. Gli autori delle proposte accettate dovranno inviare il testo completo (max 40000 caratteri) entro il 15 aprile 2025. I contributi saranno sottoposti a un processo di peer-review.